Nonostante un elevato tasso di analfabetismo, le mamme e le donne di casa cercavano di impartire ai bimbi almeno le nozioni basilari e l’educazione del vivere civile e, le preghiere, visto che la maggior parte delle famiglie, un tempo, era credente e praticante. Le scuole pubbliche erano aperte e le classi erano divise in maschili e femminili: il corredo scolastico era composto da una cartella in stoffa o di cartone pressato, per le famiglie più abbienti, altrimenti il libro e il quaderno venivano portati in mano insieme alla penna e al calamaio. Nel periodo fascista i bimbi indossavano una vera e propria divisa composta da grembiule nero e colletto bianco. Le famiglie più povere non potevano permettersi di mandare i bambini a scuola, anzi, questi aiutavano i più grandi nei lavori dei campi oppure vendevano per le strade della città i prodotti raccolti in campagna. Ancora oggi, gli adulti ricordano il rigido rapporto che, da alunni, avevano con gli insegnanti: spesso questi adottavano punizioni severe per tutti, come bacchettate sulle mani o castighi con la faccia contro il muro, dietro la lavagna, magari inginocchiati sui ceci. Solitamente, terminata l’istruzione elementare, i ragazzi subito venivano indirizzati al mondo del lavoro, in campagna oppure presso botteghe artigiane per imparare un mestiere; le ragazze si recavano presso una maestra sarta oppure parrucchiera, per svolgere un periodo di apprendistato, oppure presso le suore, dove ugualmente imparavano un’attività e socializzavano con altre ragazze.